Consigli filosofici di Natale
FILOSOFIAATTIVITÀ CULTURALICRESCITA PERSONALE
12/20/20253 min leggere


Alcuni libri di filosofia quando la filosofia non è più un apprendistato
C’è un tempo in cui la filosofia non è più una fase della formazione, né un territorio di esplorazione identitaria. Arriva quando lo studio non serve a costruirsi un profilo, ma a mantenere una postura di pensiero dentro una vita già strutturata, attraversata da responsabilità, ruoli, decisioni irreversibili. In questa fase leggere filosofia non significa accumulare concetti, ma riattivare esercizi di giudizio.
I testi che seguono non costituiscono un canone, né una bibliografia introduttiva. Sono libri che funzionano quando la filosofia è già stata interiorizzata come esigenza, e non come ornamento.
Marco Aurelio. Stoicismo come esercizio del giudizio
Le Meditazioni sono un testo pienamente stoico. La loro specificità non consiste nell’assenza di teoria, ma nel fatto che la teoria non viene spiegata, bensì presupposta e rimessa continuamente in opera. Marco Aurelio scrive a partire da un impianto dottrinale solido, che comprende la fisica, l’etica e la logica stoica, ma non sente il bisogno di dimostrarlo: il suo lavoro è rivolto al giudizio, non all’argomentazione pubblica.
La scrittura ha una funzione precisa: correggere le rappresentazioni, sospendere l’assenso alle passioni, riportare l’io entro l’ordine razionale del cosmo. Non c’è introspezione, non c’è confessione, non c’è estetizzazione dell’interiorità. C’è disciplina del pensiero, esercitata nel tempo e contro il tempo.
(Testo di riferimento: Marco Aurelio, Meditazioni; P. Hadot, La citadelle intérieure).
Pierre Hadot. La filosofia come pratica trasformativa
Il contributo di Pierre Hadot consiste nell’aver restituito alla filosofia antica la sua dimensione essenziale: non un sistema di dottrine, ma un insieme di pratiche volte alla trasformazione del soggetto. Nei suoi studi la filosofia appare come esercizio, come lavoro su di sé, come modo di abitare il mondo.
Questa prospettiva obbliga a spostare il criterio di valutazione della filosofia. Non conta soltanto ciò che un pensiero afferma, ma il tipo di soggettività che rende possibile. Per un lettore adulto, Hadot è decisivo perché sottrae la filosofia alla neutralità teorica e la restituisce alla sua funzione più esigente.
(Testi di riferimento: Esercizi spirituali e filosofia antica; Che cos’è la filosofia antica?).
Seneca. L’insegnamento morale come esercizio continuo
Le Lettere a Lucilio si collocano pienamente nella tradizione stoica dell’insegnamento morale. Seneca scrive per formare il giudizio e orientare l’azione. La forma epistolare consente di lavorare sulla distanza tra dottrina e vita vissuta, senza occultarla e senza risolverla.
Il riconoscimento delle proprie difficoltà non ha nulla di confessionale. Serve a ribadire che la filosofia non coincide mai con una condizione raggiunta, ma con un esercizio costante di rettificazione. La relazione con Lucilio è asimmetrica, dichiaratamente magistrale, e proprio per questo formativa.
(Testo di riferimento: Seneca, Epistulae morales ad Lucilium).
Pensare come responsabilità
Nei testi di Hannah Arendt il pensiero non è una garanzia morale, né una forma di protezione. Serve a interrompere l’automatismo, soprattutto quando l’agire si svolge entro ruoli, funzioni, apparati. Pensare non equivale a sapere cosa fare, ma a non rinunciare al giudizio.
Per chi legge in età adulta, Arendt è necessaria perché rifiuta ogni coincidenza tra pensiero e bene. Il pensiero non salva, ma espone. Costringe a giudicare anche quando farlo è scomodo e privo di appigli sicuri.
(Testi di riferimento: La vita della mente; Responsabilità e giudizio).
Edgar Morin. La complessità come disciplina del pensiero
Il pensiero di Edgar Morin viene spesso semplificato fino a diventare uno slogan. In realtà, la complessità non è una concessione all’indeterminatezza, ma una disciplina rigorosa del pensiero, che rifiuta tanto le semplificazioni riduttive quanto il relativismo.
Per un lettore adulto, Morin è rilevante perché insiste sul fatto che la decisione avviene sempre in condizioni di incertezza, che l’ordine convive con il disordine, che la conoscenza non è mai separabile dalle sue conseguenze. Pensare in modo complesso non rende l’agire più facile, ma più responsabile.
(Testi di riferimento: Introduzione al pensiero complesso; La testa ben fatta).
Piero Dominici. L’indeterminato come vincolo epistemico
In Oltre i cigni neri, Piero Dominici mette in questione l’idea che l’aumento del controllo tecnico possa eliminare l’imprevedibilità. L’umano, il sociale e il vivente non sono sistemi riducibili o completamente governabili: l’indeterminazione è una dimensione strutturale dei sistemi complessi, non un errore da correggere.
La pretesa di controllare tutto produce epistemologie riduttive e separazioni dei saperi che generano fragilità cognitiva. Aprirsi all’indeterminato significa assumere l’incertezza come condizione del pensiero, riconoscendo che il sapere non coincide mai con il controllo e che ogni decisione avviene in condizioni strutturali di incertezza.
(Testo di riferimento: P. Dominici, Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato).
Nota conclusiva
Questi libri non servono a migliorare le prestazioni, né a rendere l’esistenza più gestibile. Servono a non impoverire il pensiero quando la vita adulta tende a ridurlo a funzione, a risposta rapida, a conformità.
Leggerli significa continuare a esercitare il giudizio quando sarebbe più semplice delegarlo. Non è un’attività gratificante, né consolatoria. È, però, una delle poche che restano necessarie.
